STATI DI GRAZIA
di Chiara Canali

Gli “stati di grazia” sono rari attimi di felicità, pace, piacere, o condizioni di particolare euforia, di gioia profonda e di lucida esaltazione. Sono circostanze in cui si realizza una sorta di astensione magica, quando ci si sente, anche per un solo istante, miracolosamente in equilibrio tra corpo e mente, tra ciò che si percepisce al di fuori di noi e ciò si sente dentro.
Nella teologia cristiana lo “stato di grazia” non ha termini sufficienti per essere definito: è un dono, è una ricchezza, è una bellezza, è una meravigliosa trasfigurazione dell’anima associata alla vita divina, per cui si diventa in certa misura partecipi della sua trascendente natura.
Nell’ambito della ricerca neurofisiologica sono stati effettuati una serie di studi rivolti alla comprensione dei meccanismi fisiologici che vengono attivati dal praticante per raggiungere lo “stato di grazia” (Satori o Samandhi nella lingua del sanscrito) che può anche essere definito come uno stato mentale altro o uno stato di coscienza diverso dall’ordinario. Nell’attimo in cui si concretizza lo “stato di grazia”, il tempo si arresta e si consegna a una durata lontana dal fluire delle cose. Il termine Satori indica, infatti, uno stato di illuminazione temporanea che può durare da qualche minuto a qualche giorno. Con il termine Samandhi, invece, viene indicato lo stato di grazia permanente, che accompagna il meditante in tutte le situazioni della sua vita.
Nella sfera delle arti si raggiunge lo “stato di grazia” quando il senso figurale dell’immagine o della parola plasma e modella la forma esteriore dell’opera in un’enfasi del momento, quando l’apparizione dell’eterno nell’attimo avviene come uno svolgimento senza intervallo, come una durata che non conosce interruzione.
Jacques Prevert ha chiamato quest’attimo “quel minuscolo secondo d’eternità…”; Rainer Maria Rilke l’ha identificato “…in quel tocco (in cui) avvertite il permanere puro”; James Joyce lo ha riconosciuto nell’epifania, “momento in cui la realtà delle cose ci soggioga come una rivelazione”. Si tratta per lo scrittore di fare emergere nel quotidiano una manifestazione dello spirito, sia esso gesto o parola, sia ad un tempo notazione realistica sia momento intenso d’emozione, direttamente legata al piacere estetico.
Gli artisti hanno più volte riconosciuto e stigmatizzato lo “strato di grazia” in opere magistrali che per la chiara coincidenza di forma manifesta e contenuto emozionale sono diventate icone e simboli della storia dell’arte moderna: dal Bal au moulin de la Galette di Auguste Renoir, capolavoro dell’impressionismo per la perfetta unità di ritmo, luce, colori e movimenti, dove nulla è fermo e tutto esprime sensazioni di grazia, gioia e piacere, a La Dance di Matisse in cui l’estetica della pittura incontra le arti della musica e della poesia, e la perfezione nasce dall’equilibrio di tre universi: cielo, terra, e uomo. Si respira un’atmosfera di felicità e di allegria collettiva, raggiunta grazie a un’esperienza di vita e di grazia interiore condivisa.
Lo “stato di grazia” come armonia tra dimensione estetica, psichica e temporale, raggiunge il suo culmine nella rappresentazione aniconica, con il principio della necessità interiore di Kandinskij. Il pittore ha la capacità di trasformare le proprie impressioni percettive in eventi particolari: dalla percezione della realtà si passa immediatamente a una risonanza psichica che mette in moto le corde dell’anima e le spinge all’espressione artistica. Come il pittore d’icone, che non rappresenta né simula la realtà visibile, anche Malevič svela l’archetipo alla ricerca della conoscenza come atto, che è per lui un vero e proprio “stato di grazia”, raggiungibile solo attraverso il filtro della sensibilità. Infine per Rothko l’arte non è solo rappresentazione, ma rivelazione, profezia. Dice l’artista “I quadri devono essere miracolosi: non appena uno è terminato, l’intimità tra la creazione e il creatore è finita. Questi diventa uno spettatore. Il quadro deve essere per lui, come per chiunque altro ne farà esperienza più tardi, una rivelazione, una risoluzione inattesa e inaudita di un bisogno eternamente familiare”.
Perfino nell’arte cruda e diretta di Francis Bacon, la bellezza e la sua negazione appaiono estremamente legate tra loro in una rivelazione di quella che appare la “vulnerabilità della carne”. La dicotomia tra pittura figurativa e astratta viene sorvolata nella logica della sensazione di Gilles Deleuze che annulla il controllo del cervello per un’arte che agisce direttamente sul sistema nervoso dell’individuo, accedendo immediatamente a diversi livelli sensitivi.
Questi “stati di grazia” si attuano quanto più il dato realistico, o scientifico, corrisponde con quello emotivo e sensitivo, secondo un assunto, che era già del filosofo Leibniz, per cui “la natura porta alla grazia e la grazia perfeziona la natura giovandosene”.
I due artisti protagonisti questa 1° edizione di STATES OF GRACE. CONTEMPORARY ART IN BEAUTIFUL PLACES hanno individuato nel rapporto tra arte e filosofia del naturale la chiave di lettura per interpretare lo “stato di grazia”, quel connubio di gioia, bellezza e armonia che come per miracolo si configura agli occhi dello spettatore e si rispecchia in un luogo magico come l’isola di Capri.
Progetto ideato dagli artisti Alessandro Brighetti e Umberto Ciceri, States of Graces si prospetta come atto primo di un evento continuativo e itinerante che intende diventare una kermesse contemporanea aperta alla sperimentazione dei linguaggi visivi più innovativi.
L’artista, come lo scienziato, è un ricercatore di verità e bellezza, ma oggi in questo nesso si intromette l’apporto della tecnologia; nella applicazione tecnologica interviene lo stesso “homo faber” che opera nell’arte, impegnando la sua intelligenza e la sua fantasia pur lasciando spazio alle astrazioni e alle mitologie collettive.
Compito dell’artista è di guidare chi guarda a percepire lo “stato di grazia” della natura mediante una costante rielaborazione e contaminazione di linguaggi, che annulla i confini tra le diverse forme di espressione artistica e ripensa, al tempo stesso, il ruolo dello spettatore come soggetto attivo, coinvolto in forme plurime di partecipazione.

 

STATES OF GRACE
by Chiara Canali

“States of grace” are rare moments of happiness, peace and pleasure, or particularly euphoric states of profound joy and lucid exaltation. These are conditions in which a sort of magical abstention occurs when, even for just one moment, a miraculous state of equilibrium between body and mind is experienced, between what we perceive outside of ourselves and what we feel inside.
There aren’t enough terms and expressions in Christian theology to define the “state of grace”. It’s a gift, richness, beauty and a marvellous transfiguration of the soul associated with divine life, for which in some measure we share in its transcendent nature.
A series of studies have been conducted in the field of neurophysiological research, aimed at understanding the physiological mechanisms activated by the practising believer in order to attain the “state of grace” (Satori or Samandhi in Sanskrit) which can also be defined as another mental state or a state of consciousness that differs from the ordinary one. As soon as the “state of grace” materializes, time stops and delivers itself into a time span far removed from the flow of things. The term Satori actually means a state of temporary illumination which can last from several minutes to several days. The term Samandhi is used instead to mean the state of permanent grace, which accompanies the meditator in all situations in his life.
In the arts, the “state of grace” is reached when the figurative sense of the image or the word transforms and models the external form of the work in an emphasis of the moment, when the appearance of the eternal in the moment happens like a performance without an interval or like an uninterrupted time span.
Jacques Prevert called this moment “that tiny second of eternity…” and Rainer Maria Rilke described it as “…that stroke (in which) you sense lingering purity”. In his epiphany James Joyce acknowledged it as the “moment in which the reality of things subjugates us like a revelation”. For the writer it is about bringing out a manifestation of the spirit in the everyday things, whether gesture or word, whether in one moment a realistic notation or an intense moment of emotion, which is directly linked to aesthetic pleasure.
Artists have on many occasions recognized and stigmatized the “state of grace” in works of art which, by clear concurrence of evident form and emotional content, have become icons and symbols of the history of modern art: from Auguste Renoir’s Dance at the Moulin De La Galette, the Impressionist masterpiece in its perfect unity of rhythm, light, colours and movement, where nothing stands still and everything expresses sensations of grace, joy and pleasure, to Matisse’s The Dance where the painting’s aesthetic brings together the arts of music and poetry, and the equilibrium of three worlds, heaven, earth and man, creates perfection. An atmosphere of happiness and collective gaiety, achieved through a shared experience of life and inner grace, is inhaled.
The “state of grace” as harmony between the aesthetic, psychic and temporal dimension reaches its peak in non-iconic representation, with Kandinsky’s inner necessity principle. The painter has the ability to transform his own perceptive impressions into special events: from the perception of reality you go straight to a psychic resonance that sets the chords of the soul in the motion and pushes them towards artistic expression. Like the icon painter, who neither represents nor simulates the visible reality, Malevič also reveals his archetype in the search for knowledge as an act, which for him is a true “state of grace”, attainable only through the filter of sensitivity. Lastly, for Rothko art is not merely representation, but revelation and prophecy. The artist says, “Paintings have to be miraculous. As soon as one is finished, the intimacy between creation and creator is finished. These become a spectator. The painting must be a revelation or an unexpected, unheard-of resolution of an eternally familiar need for him, as it will be for any other person who experiences it later on,”.
Even in the raw, direct art of Francis Bacon, beauty and its denial appear to be extremely closely-linked in a revelation of what appears to the “vulnerability of the flesh”. The dichotomy between figurative and abstract painting is glossed over in Gilles Deleuze’s logic of sensation which overrides the brain’s control for art that works directly on the nervous system of the individual, immediately hitting different sensitive levels.
These “states of grace” are put into effect as far as the realistic or scientific fact corresponds with the emotional or sensitive fact, according to an assumption already adopted by philosopher Leibniz, by which “nature leads to grace and grace perfects nature, benefiting from it”.
The two artists featuring in the 1st STATES OF GRACE. CONTEMPORARY ART IN CAPRI 09 exhibition have identified the key to interpreting the “state of grace” in the relationship between art and natural philosophy, that union of joy, beauty and harmony which, as if by some miracle, is configured before the eyes of the spectator and is reflected in a magical place like the island of Capri.
States of Grace, a project conceived by artists Alessandro Brighetti and Umberto Ciceri, seems to be the first act of an ongoing, travelling event that aims to become a contemporary festival of experimentation with the most innovative visual languages.
The artist, like the scientist, researches truth and beauty, but nowadays technology is added into this relationship; the same “homo faber” working in art becomes involved in using technology, applying his intelligence and imagination while leaving space for abstractions and collective mythology.
The artist’s task is to guide the observer in perceiving nature’s “state of grace” via a constant re-working and contamination of language, which eliminates the boundaries between the different forms of expression and at the same time, rethinks the role of the spectator as active subject, involved in multiple forms of participation.